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Isole Svalbard

A stretto contatto con la natura

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Avete mai provato il desiderio irrefrenabile di lasciarvi tutto alle spalle e cimentarvi in un viaggio che potesse rimettervi in contatto con la natura? Quando è capitato a me, ho voluto fare le cose in grande, così ho prenotato una gita organizzata di una settimana e a metà marzo sono partita per le isole Svalbard. Non è una gita per tutti: bisogna avere esperienza con i viaggi invernali e il campeggio, è obbligatorio avere la patente per guidare la motoslitta ed essere preparati all'eventualità di incontrare orsi polari senza barriere di protezione.

Ad Oslo mi aspettava un'amica trasferitasi per lavoro, il mio primo impatto con la Norvegia è stato quindi molto accogliente. La gestione degli spazi è molto diversa da quella cui siamo abituati nella maggior parte dei panorami sud europei, ho avuto subito l'impressione di respirare meglio. Il giorno dopo ho preso un secondo volo e sono atterrata a Longyearbyen, dove dopo aver abbandonato i miei bagagli al pensjonat sono andata a visitare il museo etnografico, l'università e la residenza del governatore. Longyearbyen è decisamente più fredda di Oslo. Seduta in un caffé ho tentato una conversazione in inglese in proposito, e mi hanno raccontato un macabro ma pittoresco dettaglio: le temperature sono così basse che non è permesso seppellire i morti, perché il terreno è così gelido da evitare la decomposizione anche a distanza di anni e questo conserva anche eventuali virus. Non ero a conoscenza di prassi simili in altri paesi nordeuropei!

La mattina dopo ho controllato il mio equipaggiamento invernale e ho raggiunto gli altri turisti per l'inizio della spedizione. Ci sono stati consegnati un abbigliamento termico tecnico completo, un emettitore radio di sos, un fucile, segnalatori, gps, allarme anti orso e tutto il necessario per patire in sicurezza alla volta del ghiacciaio di Rabotbreen. Giunti lì, il mondo inizia a scomparire, i suoni si fanno ovattati e tutto quello che si può vedere sono distese di ghiaccio azzurro e roccia scura. Proseguendo in motoslitta verso est si attraversa anche il ghiacciaio di Ulvebreen e si raggiunge la baia Dunerbukta, distante quasi cento km dal punto di partenza. Il mare è di un blu misto al grigio che si può vedere solo quando ci si spinge così a nord, e dopo un giorno nel ghiaccio sembra possibile scorgere mille sfumature di colore nell'acqua gelida. Il sole spesso non si vede, è sotto l'orizzonte, e fa brillare il confine terrestre visibile con giochi di luce dorati, in contrasto con la profondità del mare. Cooperando con il resto del gruppo, si montano l'accampamento e l'allarme anti orso, quindi si inizia a cucinare sui fornelletti, prima di ritirarsi a dormire in tenda, cullati solo da un silenzio che fa percepire tutta la vastità dell'incontaminato che ci circonda.

Di buon'ora bisogna smontare di nuovo tutto e rimettersi in sella alla motoslitta per raggiungere di nuovo il bianco e l'isolamento di Ulvebreen. La bussola punta a nord stavolta, e davanti ai nostri occhi dopo qualche ora compaiono enormi iceberg. Di nuovo a stupirmi sono i colori. Dove la luce e l'acqua si incontrano, sembra quasi che il ghiaccio sia vetro colorato. A questo punto non è difficile scorgere impronte d'orso a terra, se si è fortunati è possibile scorgere qualche esemplare – e se si è ancora più fortunati, è possibile farlo a distanza di sicurezza, come è capitato a noi: l'impressione che fa vedere una mamma orsa con tre piccoli al seguito è molto diversa dal vivo rispetto a come la si percepisce in televisione, garantisco. Dopo un frugale pasto caldo risaliamo in motoslitta per raggiungere, nel pomeriggio, la baia di Mohnbukta. La guida ci fa notare cambiamenti nel panorama che possono sfuggire a un occhio disattento: solo sprofondando nel selvaggio artico di questa zona ci rendiamo conto che il nostro metro di valutazione dell'inesplorato, che ci sembrava al suo apice nel resto della giornata, era tarato male. Qui regnano solo il ghiaccio e la neve candida e siamo l'unica fonte di suono. Abbiamo percorso metà distanza rispetto al giorno precedente, ma è stato molto più impegnativo. Di nuovo ci accampiamo sul primo pezzo di terreno abbastanza favorevole, consumiamo il nostro pasto e possiamo prendere sonno, anche se farlo non è così semplice come sembra, in totale assenza di rumore. Ci si sente piccoli rispetto a ciò che ci circonda, e questo può suscitare qualche timore. Il trucco per me è stato affidarmi alla stanchezza e a un senso di comunione con la natura e straniamento da quello che avevo lasciato indietro, in città.

Il giorno seguente siamo partiti alla volta dei ghiacciai di Negrebreen e Hayesbreen, e lì, sulla sommità dell'Hayesbreen, ci siamo fermati per osservare le bianche distese di ghiaccio che si estendevano a perdita d'occhio: un panorama da vertigini, che bisogna ammirare una volta nella vita. Il viaggio prosegue verso Temperfjorden, dove incontriamo nuove forme di vita: l'azzurro del ghiaccio è così intenso da sembrare illuminato dall'interno. Lungo le pareti della montagna, praticamente verticali, è piano di uccelli che nidificano e vociano come se quel rifugio fosse per loro il posto più sicuro e accogliente del mondo. Attraverso piccole baie e ghiacciai minori, abbiamo fatto rientro a Longyearbyen e riconsegnato tutta l'attrezzatura, prima di rientrare al pensjonat. La mattina dopo mi aspettava l'aereo per Oslo e nel pomeriggio, quello per rientrare in Italia.

Chiunque sia stato in luoghi artici potrà confermare che si tratta di un'esperienza importante, che cambia chi la vive. Non è uno scherzo, non è una gita che si possa fare con bambini a carico, in condizioni fisiche non idonee o senza competenze di base, perché l'Artico è così, ti mette davanti a te stesso e non ti offre nessuna possibilità per scappare, neanche un suono la notte. L'Artico mette in difficoltà, ma offre un sentiero verso una nuova consapevolezza di sé, il che per me è impagabile.
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